Abbiamo iniziato ad accettare le rughe come segni del tempo, ma i capelli grigi restano un confine difficile da superare: tra tinta e ricrescita si gioca ancora una parte importante di come viene percepita l’età, la femminilità e la visibilità sociale
di Giulia Mattioli
Dal lungo, stratificato e spesso contraddittorio discorso sull’age positivity, una delle ramificazioni più sfaccettate della body positivity, siamo arrivate a un punto curioso: abbiamo imparato, almeno in parte, ad accettare i segni del tempo sul volto, ma ancora rinneghiamo quelli che segnano i capelli. Le rughe possono restare, perfino raccontare qualcosa. I capelli grigi? Not so much.
Se prendiamo le celebrità come specchio dei cambiamenti culturali, per quanto imperfetto e inevitabilmente selettivo, il quadro è piuttosto evidente: mentre aumenta la schiera delle attrici che scelgono di non ricorrere a bisturi e punture ma lasciare che il viso porti con orgoglio e naturalezza i segni del tempo, non sono sempre quei due o tre nomi che circolano quando parliamo di capelli bianchi? In questa discrepanza si misura quanto il nostro rapporto con l’invecchiamento sia ancora negoziato, e tutt’altro che risolto.
In questi anni le rappresentanti del mondo silver non hanno fatto molti proseliti. Andy MacDowell, Helen Mirren, Jane Fonda sono rimaste delle eccezioni, dei casi isolati, figure che hanno funzionano come immagini-simbolo più che come modello imitabile. Le rappresentanti della cosiddetta hair positivity sono così poche che, nel calderone, vengono talvolta tirate dentro a forza anche celebrità che hanno semplicemente lasciato intravedere una ricrescita non ritoccata (è capitato a Jodie Foster, a Sarah Jessica Parker, a Jennifer Aniston).








