Abbiamo iniziato ad accettare le rughe come segni del tempo, ma i capelli grigi restano un confine difficile da superare: tra tinta e ricrescita si gioca ancora una parte importante di come viene percepita l’età, la femminilità e la visibilità sociale

di Giulia Mattioli

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Dal lungo, stratificato e spesso contraddittorio discorso sull’age positivity, una delle ramificazioni più sfaccettate della body positivity, siamo arrivate a un punto curioso: abbiamo imparato, almeno in parte, ad accettare i segni del tempo sul volto, ma ancora rinneghiamo quelli che segnano i capelli. Le rughe possono restare, perfino raccontare qualcosa. I capelli grigi? Not so much.

Se prendiamo le celebrità come specchio dei cambiamenti culturali, per quanto imperfetto e inevitabilmente selettivo, il quadro è piuttosto evidente: mentre aumenta la schiera delle attrici che scelgono di non ricorrere a bisturi e punture ma lasciare che il viso porti con orgoglio e naturalezza i segni del tempo, non sono sempre quei due o tre nomi che circolano quando parliamo di capelli bianchi? In questa discrepanza si misura quanto il nostro rapporto con l’invecchiamento sia ancora negoziato, e tutt’altro che risolto.