Attilio Lombardo alla fine del match tra Reggiana e Sampdoria venerdì 8 maggio
Edmond Dantès, anche lui, era innocente quando lo gettarono in cella nel castello d’If. Giovane, luminoso, pieno di futuro. Eppure bastò la meschinità di pochi uomini per strappargli tutto: il mare, la libertà, il nome. Da quel momento iniziò una lunga prigionia fatta di silenzio, muffa e attese interminabili. Da quel momento, lui, diventò il Conte di Montecristo.
Ecco, la Sampdoria ha quello stesso odore addosso. L’odore umido delle stanze abbandonate. Dei bilanci devastati. Delle promesse mai mantenute. Delle conferenze stampa senz’anima. Delle classifiche guardate con paura invece che con ambizione. Una società storica, trascinata nel fango non da nemici dichiarati – attenzione - che sarebbe stato più onorevole, ma da uomini che si sono avvicinati promettendo mirabilia e che invece hanno lasciato solo macerie. Presidenti improvvisati, dirigenti incapaci, personaggi opachi, avventurieri, consiglieri senza capo né coda. Ognuno è passato prendendosi qualcosa: denaro, prestigio, visibilità. E ogni volta la Sampdoria è rimasta lì un po’ più povera, un po’ più sporca, un po’ più sola.
Eppure, in fondo al cuore ne sono sicuro, ci sono cose che nemmeno l’abbandono e la prigionia riescono a distruggere. Per Dantès era il ricordo del mare. Per la Sampdoria è il ricordo di quello che è stata, di quello che significa per una parte di questa città. Come il protagonista del romanzo di Dumas sopravvive perché incontra chi gli insegna a resistere, a credere che oltre il muro di quel castello esista ancora una vita possibile, così io sono convinto che la Sampdoria, oggi, riuscirà a sopravvivere grazie a una memoria collettiva che continua ostinatamente a ricordarle chi è stata. E chi deve tornare a essere.









