L’Eurovision non è solo una “semplice celebrazione di abiti scintillanti, orgoglio gay e scenografie pirotecniche”, ma stando a quanto emerso da una inchiesta condotta dal New York Times, Israele ne avrebbe scoperto (e sfruttato) l’indiscusso soft power. L’edizione 2026 del grande concorso musicale parte sotto auspici piuttosto cupi: da una parte c’è l’ingerenza dei governi, con le accuse a quello di Netanyahu di influenzare il voto e con le proteste per boicottarne la presenza mosse a suo tempo da Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Spagna e Slovenia e dall’altra parte, c’è la crisi finanziaria di Unione Europea di Radiodiffusione, ovvero dell’organizzazione senza scopo di lucro che gestisce il concorso, le cui casse piangono.

Il modo peggiore per festeggiare 70 anni di storia di una gara canora nata per celebrare la fratellanza è quello di piegarla agli effetti della grande crisi internazionale che sta mettendo in discussione gli equilibri geopolitici che sono stati dati per scontati per decenni e che, oggi, sembrano renderla incapace di farsi davvero indipendente.

L’inchiesta condotta dal NY Times avrebbe svelato tutto ciò che si muove dietro le quinte di un concorso fatto di luci e lustrini, dando finalmente voce al dibattito in corso da anni sulle sue regole d’ingaggio e sulla loro corretta osservazione. A scatenare le polemiche, la partecipazione di Israele che, dopo lo scoppio della guerra a Gaza, alcuni stati non avrebbero più voluto vedere rappresentata su quel palco e dall’altra parte, il tentativo incessante di Netanyahu di influenzare i risultati del voto dopo aver scoperto come quel palcoscenico rappresenti una facile occasione per ripulirsi l’immagine, semplicemente pagando.