Una parete romana assolata può ospitare specie vegetali xerofile, una tomba sotterranea muschi, insetti e pipistrelli, mentre un muro greco o medievale può offrire riparo per rettili termofili, molluschi, artropodi e a piccoli uccelli nidificanti. I siti archeologici possono funzionare in modo molto significativo come rifugi di biodiversità, soprattutto in paesaggi fortemente trasformati dall’uomo. Veri e propri “santuari”, e non solo dunque luoghi di conservazione delle preziose tracce del passato. E ancora: inaspettate riserve ecologiche per proteggere (anche) specie a rischio. Emerge da una ricerca italiana, pubblicato sulla rivista della British Ecological Society People and Nature, che ha preso in esame oltre 240 studi che documentano la biodiversitàin più di 1400 siti archeologici di tutto il mondo.
Civetta (foto: Rosario Balestrieri)
“Fessure e anfratti nei muri, cavità sotterranee di varie dimensioni, superfici rocciose, superfici verticali, come un muro, in paesaggi prevalentemente orizzontali come quelli di campagna: le strutture archeologiche creano una grande varietà di microhabitat che aumentano l’eterogeneità ambientale”, spiega Antonio Romano, ricercatore dell’Istituto di BioEconomia (Cnr-Ibe), che ha coordinato lo studio con un team multidisciplinare che ha coinvolto Elisa Storace dell’Unità Valorizzazione della Ricerca (Cnr-UVR), Diego Ronchi ed Elisa Dalla Longa dell’Istituto di Scienze del patrimonio culturale (Cnr-Ispc). Condizioni che favoriscono la coesistenza di molte specie diverse, ciascuna adattata a condizioni specifiche.






