OpenAI ha recentemente concluso una delle più grandi operazioni di vendita secondaria di azioni mai viste nel settore tecnologico privato. Secondo le ricostruzioni del Wall Street Journal, oltre 600 dipendenti ed ex dipendenti dell’azienda che ha creato ChatGpt hanno partecipato all’operazione, vendendo complessivamente titoli per circa 6,6 miliardi di dollari.
Il tetto individuale era fissato a 30 milioni di dollari e circa 75 persone avrebbero raggiunto il massimo consentito. La transazione ha reso liquida una parte della ricchezza accumulata dentro OpenAI prima di una eventuale quotazione in borsa - che si dice imminente - in una fase in cui la società viene valutata oltre 850 miliardi di dollari.
L’algoritmo della ricchezza
Il meccanismo che ha permesso a molti dipendenti storici di partecipare alla crescita di valore di OpenAI nasce dalla particolare struttura finanziaria adottata dopo il 2019, quando l’organizzazione - nata come laboratorio di ricerca sull’intelligenza artificiale no-profit - creò una controllata a profitto limitato per raccogliere capitali e assumere talenti in competizione con le grandi piattaforme tecnologiche.
In quella fase, OpenAI non distribuiva ai dipendenti normali azioni della società, ma strumenti chiamati Profit Participation Units, o PPU. Erano una forma di partecipazione economica sintetica: non davano diritti di voto né una proprietà ordinaria dell’azienda, ma consentivano di beneficiare dell’aumento di valore della società entro i limiti fissati dal modello “capped-profit”, che prevedeva per gli investitori un ritorno cento volte superiore la somma impegnata [l’eccedenza sarebbe andata al ramo no-profit, che esiste ancora oggi].














