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Un castello che crolla: Meloni era stata persino denunciata in "concorso in eccidio di massa"
Nella guerra delle parole intorno al conflitto a Gaza ce n'è una che, più di tutte, ha condizionato il dibattito. Il "genocidio" è stato agitato nelle piazze come un vessillo, ma ha avuto anche la funzione di grimaldello da usare contro chi, comprese personalità come Liliana Segre, ha scelto di non accusare esplicitamente Israele del crimine più indicibile. Un effetto domino, partito da Francesca Albanese, che ha tacciato apertamente lo Stato Ebraico di "genocidio" nei suoi rapporti redatti per l'Onu. E l'onda montante ha coinvolto i rappresentanti dei principali partiti di opposizione. Con Avs e il M5S in prima linea e parte del Pd a seguire. Di nuovo Albanese, dal palco del 1 maggio di Taranto, tra le altre cose, ha usato il termine incriminato, su cui ora la Corte Penale Internazionale chiede cautela. In Occidente "sanzionano quelli che il genocidio lo denunciano, mentre chi lo ordina, chi lo commette viene ricevuto dalle istituzioni o protetto dalle forze dell'ordine in luoghi di villeggiatura", il refrain della Relatrice Speciale dell'Onu. L'assunto del "genocidio" a Gaza è stato ripetuto anche dalla politica. A partire dalle frange più estreme della protesta pro-Pal - centri sociali, sindacati di base, partiti di sinistra radicale extraparlamentare - fino a chi siede in Parlamento.






