La guerra porta con sé la carestia. Risaputo. Se questa è nel Golfo a scarseggiare è soprattutto il petrolio. Ma non solo. Magari la produzione globale non si ferma. Ma il blocco dello Stretto di Hormuz – arteria vitale per il 20% delle esportazioni mondiali di greggio – riduce drasticamente i volumi commerciali. Tanker fermi, rotte alternative costose o non immediatamente disponibili, assicurazioni marittime alle stelle. Il risultato è una contrazione netta dell’offerta fisica disponibile sui mercati spot. Nel medio termine tutto si aggiusta. Ma nell’immediato si tira la cinghia. Qualcuno però vendemmia come la compagnia petrolifera araba Saudi Aramco il cui profitto netto trimestrale sale da 25 a 32 miliardi di dollari. Con prezzi del Brent oltre i 110-120 dollari al barile, il colosso saudita si gode un profitto «windfall» dicono gli addetti ai lavori. Manna dal cielo è la traduzione.
E senza dover aumentare la produzione e quindi i costi. Meno volumi trasportati e margini unitari più alti. Più i giganti sono integrati verticalmente controllando estrazione, raffinazione e distribuzione e più godono. Pagano i consumatori. Non è solo inflazione energetica. È un trasferimento di ricchezza. Il problema si acuisce i quei paesi che sono (1) democratici e (2) importatori di petrolio. Gli elettori votano col portafoglio. Un pieno da 80 euro diventa 100. I costi di trasporto per le merci aumentano a cascata. La spesa nel carrello lievita non solo a causa della benzina. In Medio Oriente si produce circa un terzo dei fertilizzanti azotati (urea, ammoniaca) e il blocco di Hormuz ha interrotto i flussi. I prezzi dell’urea sono esplosi. In alcuni mercati spot americani l’aumento ha toccato il 50 per cento. E i fertilizzanti rappresentano la prima voce di costo per un agricoltore. Questa può schizzare dal 15% al 50% del valore della produzione. E senza fertilizzanti meno resa per ettaro, piantagioni ridotte, costi che si trasferiscono su pane, pasta, riso e carne. La spirale è pericolosa. I governi dei Paesi democratici sono sensibili al consenso e devono reagire con sussidi o tagli fiscali. Gli Stati Uniti sono teoricamente autosufficienti ma non possono sfuggire alla logica crudele. Il mercato è unico: le compagnie americane non possono permettersi di vendere a prezzi «scontati« sul mercato interno la benzina che, se dirottata all’estero, verrebbe pagata a premio. Quindi pure negli Stati Uniti i costi si ribaltano sui consumatori. Il prezzo alla pompa sale a Houston come a Boston. Trump lo sa bene e per vincere le elezioni del midterm deve considerare l’idea di abbassare pure lui le tasse federali sulla benzina. Una diminuzione temporanea è sul tavolo della Casa Bianca. Una mossa elettorale obbligata, ma anche il riconoscimento che l’inflazione da shock energetico può minare il consenso. Qui si arriva al bivio strategico. Trump non può accettare alcun accordo con Teheran che non preveda la consegna – o la distruzione verificata – delle scorte di uranio arricchito. Senza quel trofeo, nessuna vittoria politica. Ma solo una sconfitta agli occhi degli elettori. Questo è il limite della sua strategia attendista: aspettare che l’Iran ceda sotto sanzioni e isolamento.








