«Chi volete che vi dia: Farage o Barabba?». Ruggito della folla: «Farage!!!». «Ma allora che farò di Barabba?». «Sia crocifisso!!!». «Ma che male ha fatto?». «È un europeista!!!». Potrebbe essere un remake di un film dei Monty Python oppure un viaggio nel tempo di doctor Who ma una cosa è certa: se Nigel Farage si fosse trovato in una situazione sgradevole come quella descritta nei Vangeli, alle prese con Pilato e i Sommi Sacerdoti, se la sarebbe cavata più o meno in quel modo. Perché lui, i plebisciti e i referendum, li vince sempre. E se si tratta di elezioni, ha il dono di trasformarle in plebisciti e referendum il cui quesito è invariabilmente: siete con me o contro di me? Anche giovedì, alle elezioni locali, è stato un trionfo: i conteggi non sono definitivi ma le proporzioni della vittoria di Reform UK, il partito guidato da Farage, e della disfatta laburista sono chiari.

DIETA VINCENTE Deputato per Clacton da luglio 2024, leader di Reform UK, presenza fissa sui teleschermi britannici e ospite ricercato nei corridoi di Washington: nell’ultimo semestre, Nigel Farage, 62 anni, sta vivendo la sua stagione più singolare dall’alba della Brexit: stravince dappertutto e rischia di finire a fare l’unico lavoro che non vuole fare: il politico dell’establishment. La possibilità di diventare primo ministro è sempre più reale: lo dicono i sondaggi dal dicembre 2025. quando la rilevazione MRP di Electoral Calculus lo proiettava a Downing Street con 335 seggi e una maggioranza risicata ma una maggioranza, dati confermati a gennaio 2026. Oggi è famoso per lo stile di vita da kamikaze per uno che a 21 anni ha avuto un tumore ai testicoli: birra, Claret (il rosso di Bordeaux che sull’isola trincano dai tempi di Eleonora d’Acquitania), fish-and-chips, bistecche, salsicce, ancora birra, sigarette. È il personaggio Farage, tifoso del Cristal Palace, appassionato di cricket, golf e pesca. Due matrimoni alle spalle: con una infermiera irlandese che lo curò dopo che fu travolto da un’auto (c’è chi sostiene: all’uscita di un pub); poi con la tedesca Kirsten Mehr. Ora ha una relazione con la francese Laure Ferrari. Mica male per Mr. Brexit. E tuttavia, il bilancio di questi mesi disegna il ritratto di una figura politica che ha raggiunto la maturità. Il pagliaccio c’è ancora, ma ha imparato tante cose. Notte del 1° maggio 2025: nelle elezioni locali inglesi, il partito conquista 677 seggi, è il 41% del totale disponibile, e prende il controllo di 10 consigli, dai giorni di UKIP una cosa mai accaduta. Staffordshire, Lincolnshire, Kent, Nottinghamshire, Lancashire, Derbyshire: territori tradizionalmente conservatori che virano al turchese di Reform in una notte sola. A settembre 2025, Reform annuncia di aver superato 250.000 iscritti paganti, più del doppio dei Conservatori, fermi a 123.000. L’autunno porta a Reform UK un carburante inatteso. La cancelliera laburista Rachel Reeves presenta la Legge di Bilancio: aumenti fiscali, tagli alla spesa, nessuna riduzione delle tasse sul lavoro. Farage convoca una conferenza stampa, trasformando il Budget in un atto d’accusa contro quella che chiama «la casta di Whitehall». A settembre, nella conferenza di Reform a Birmingham, Farage annuncia la proposta di abolire l’indefinite leave to remain: nessuna espulsione di massa, nessuna retorica sul sangue e sulla terra, solo rinnovo obbligatorio dei visti ogni cinque anni, con requisiti salariali più rigidi e nessun accesso al welfare. Farage non è né Le Pen né Weidel, non costruisce un’ideologia dell’identità ma un’agenda procedurale che suona radicale senza essere etnica. Sempre a settembre, il giorno 3, Nigel Farage siede davanti all’House Judiciary Committee di Washington. È lì per testimoniare contro l’Online Safety Act britannico e le leggi europee di regolamentazione del digitale, che a suo dire rappresentano una minaccia alla libertà di espressione americana. Porta con sé due casi-simbolo: Graham Linehan, il commediografo irlandese fermato all’aeroporto di Heathrow per post su X relativi apersone transgender, e Lucy Connolly, condannata per incitazione all’odio razziale dopo i fatti di Southport.