Negli ultimi anni, le istituzioni museali europee hanno avviato una programmazione sempre più attenta alle artiste, trasformando quella che un tempo era un tentativo di colmare una lacuna in una linea curatoriale consolidata. Dalle grandi retrospettive storiche alle mostre tematiche, il panorama espositivo riflette oggi una presenza femminile diffusa e strutturale.
È in questo contesto che si inserisce la mostra dedicata a Helen Frankenthaler (1928-2011) al Kunstmuseum Basel (dal 18 aprile al 23 agosto 2026), una mostra dove emerge il linguaggio pittorico di Frankenthaler, fondato sulla celebre tecnica del soak-stain, una pittura che rinuncia alla gestualità densa dell’Espressionismo astratto più ortodosso per aprirsi a una dimensione più fluida e luminosa, in cui forma e colore coincidono.
Con oltre 50 opere, di cui 37 prestate dalla Fondazione Helen Frankenthaler, che coprono sei decenni, la mostra offre un’ampia panoramica dell’opera di una delle figure più eminenti dell’astrazione americana mai realizzata in Europa fino a oggi, nonché la sua prima mostra personale istituzionale in Svizzera. Un aspetto centrale del progetto espositivo è il confronto con l’arte storica, fonte di ispirazione lungo tutto il suo percorso. Per la prima volta, i dipinti di Frankenthaler sono messi in dialogo con opere che spaziano dal XV al XX secolo, in un accostamento che arricchisce la comprensione della sua pittura astratta. Ecco alcuni esempi: accanto a un dipinto di ninfee di Claude Monet, «La passerelle sul le basin aut nymphéas», 1919 che fa parte della collezione del Kunstmuseum è appesa l’opera «Claude’s Message», 1976 una rivisitazione di Frankenthaler in chiave espressionismo astratto, oltre alla reinterpretazione di «Fish (Still Life)», 1864 di Edouard Manet (dell’Art Institute of Chicago) nell’opera dedicata all’artista «For E.M.», 1981.






