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Dal divieto di cessione dei profili alla tracciabilità dei dati per cinque anni, il Lavoro bis punta a rendere più trasparenti piattaforme, compensi e decisioni automatiche. Ma il recepimento pieno della direttiva europea resta ancora da completare
Chi controlla davvero il lavoro dei rider: la piattaforma, il contratto o l’algoritmo? È da questa domanda che parte la nuova stretta del decreto Lavoro bis, pensata per riportare regole, tracciabilità e responsabilità dentro uno dei settori più opachi della gig economy. Account ceduti o affittati, identità non sempre verificabili, sistemi automatici che distribuiscono ordini e compensi senza spiegazioni: il food delivery è diventato il terreno più visibile di una trasformazione del lavoro che corre più veloce delle norme. Ora il governo prova a intervenire su due fronti: fermare il caporalato digitale e rendere meno invisibile il potere degli algoritmi.
Il decreto vieta la cessione degli account usati per lavorare sulle piattaforme digitali e introduce sanzioni penali per chi aggira le regole. L’accesso dovrà avvenire tramite identità verificata, come Spid, Carta d’identità elettronica, Carta nazionale dei servizi o sistemi di autenticazione a più fattori. In concreto, ogni profilo sarà legato al codice fiscale del lavoratore e non potranno essere creati più account per la stessa persona. L’obiettivo è colpire un meccanismo molto diffuso: il titolare regolare dell’account che lo presta o lo affitta a un altro lavoratore.






