“Papà Ferruccio veniva pagato moltissimo per doppiare il Monnezza. Posso dire che la casa ce l’ha comprata Tomas Milian”. E l’ex Convento dell’Annunziata di Sestri Levante esplode in una copiosa e sincera risata. Claudio Amendola si racconta. Roma, vita, set, rigorosamente senza copione, per un’oretta di talk al Riviera International Film Festival davanti a quattro generazioni di pubblico. Infatti dalla valigia del 63enne attore romano, figlio degli storici doppiatori Ferruccio Amendola e Rita Savagnone, riemergono i felici ricordi di quasi cinquant’anni di carriera: dal provino per Storia d’amore e d’amicizia nel 1982 (“feci quel provino per non sentir più mia madre che mi sfiniva con la sua insistenza”) all’oceanico successo di I Cesaroni, serie appena tornata in onda dopo dodici anni su Canale 5 con la settima stagione. “Avevo voglia di nuovo di leggerezza”, spiega Amendola citando il ritorno nei panni del capoclan Giulio, davanti a orde di signore 50enni leopardate e scatenate con la funzione foto dei loro smartphone.
“Un po’ come avvenne agli inizi con i film dei Vanzina ai quali sarò sempre infinitamente grato”. Correva l’anno 1983, l’epoca di Vacanze di Natale (“è come Ronaldo, il calciatore: ce n’è solo uno, quello vero”). Amendola interpretò il ragazzo macho, di strada, col capello lungo anche successivamente in grandi successi di pubblico come Amarsi un po’ e Vacanze in America. “Venivo da una famiglia colta, di Roma Nord e mia mamma mi diceva sempre: ma perché devi interpretare questo coatto?”. Era ancora l’epoca del cinema come qualcosa di magico e fuori dalla realtà. “Un mestiere d’elite, un lavoro per privilegiati. Si viaggiava, incontravi belle ragazze”.







