Non aveva lavorato nella Piana del Sele, non era una vittima di caporalato e non era stato esposto a sostanze tossiche Paul Neeraj, l’indiano di 36 anni morto nelle scorse settimane presso l’Ospedale Ruggi di Salerno. Lo precisa la Procura guidata da Raffaele Cantone in una nota diramata “atteso il continuo diffondersi di notizie” sulle cause del decesso del presunto bracciante, ricondotta dai giornalisti che se ne sono occupati “alla prolungata esposizione ad agenti chimici o altre sostanze tossiche, conseguenti a condizioni di sfruttamento lavorativo di persona in condizioni di vulnerabilità e riconnesse al fenomeno del caporalato dilagante nella Piana del Sele”.

Una storia che assomigliava molto alla tragica storia di Satnam Singh, il bracciante indiano di 31 anni morto a Latina nel 2024 dopo essere stato abbandonato con un braccio tranciato da un macchinario avvolgitubi nel suo luogo di lavoro. E come tale era stata raccontata sui media campani. Le indagini di Salerno hanno invece verificato che l’uomo viveva in provincia di Napoli, non risultava aver mai lavorato nei campi agricoli del salernitano (lontani dalla sua dimora abituale), e “il grave quadro clinico in cui versava all’atto dell’ingresso presso l’ospedale cittadino era, inoltre, apparso fin da subito connesso più che ad un eventuale esito di esposizione a sostanze tossiche a numerose comorbilità dalle quali il paziente era affetto”. La sua presenza a Salerno, secondo gli accertamenti, dipendeva proprio dall’aggravarsi dello stato di salute e dalla necessità di farsi assistere da un congiunto, la persona che insieme ad altri connazionali lo aveva poi accompagnato al Pronto Soccorso di Salerno.