Sembra ieri, recita il luogo comune. Ancora più calzante se riferito a chi, proprio sulla musica che “sembra quella di ieri” - in particolare black: groove, jazz, funk - si è costruito un personaggio scintillante. Sono invece passati vent'anni da quando Mario Biondi conquistava il mondo con l’album “Handful of Soul”, ormai un autentico evergreen. Lunedì 11 maggio, con inizio alle 20,30, al Teatro Colosseo, in via Madama Cristina 71, Biondi è atteso per un concerto-celebrazione di due decenni di sofisticatezze. Ripercorrerà i successi di una carriera costellata di dischi d’oro e di platino, di apparizioni in oltre cinquanta paesi e di collaborazioni con gente come Gregory Porter, Earth Wind & Fire, Burt Bacharach e Chaka Khan. E offrirà assaggi della nuovissima “Prova d'autore”, il suo primo album di inediti in italiano, in cui si propone autore, compositore, arrangiatore e produttore di sé stesso.
Prima ancora che di canto soul, Biondi è l’esempio del mestiere di saper attendere: la fama gli sorrise sul far dei trentacinque anni, dopo una faticosa gavetta. Proprio il primo, leggendario singolo, “This is What You Are”, pareva un oscuro quarantacinque giri di qualche crooner neroamericano di quarantacinque anni prima, invece era l’exploit di un catanese trapiantato a Parma, con solidissime basi tecniche e culturali, che si era studiato le inflessioni di icone come Lou Rawls, Donny Hathaway e Teddy Pendergrass. E il bello è che non si trattava di un trucco da sala di incisione: Biondi rappresentava un fenomeno genuino, un cantante vero capace di dominare sale piene di spettatori veri, attorniato da musicisti che suonano strumenti veri.








