Il Regio di Torino è in buona salute. Sulla carta, promette molto bene questa stagione 26-27, intitolata «Fatale» in rosso fuoco alla faccia dell’understatement sabaudo e dell’«esageroma nen», presentata ieri dal terzetto Mathieu Jouvin-Cristiano Sandri-Andrea Battistoni, rispettivamente sovrintendente, direttore artistico e direttore musicale. Poi ovviamente ci vorrà la verifica della scena, ma insomma per l’opera Torino torna a essere a place to be. Soprattutto, c’è quel che spesso manca altrove: il coraggio di fare delle scelte.
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E dunque, dopo la Manon una e trina del ’24, il teatro torna a trasformarsi nel festival di sé stesso aprendo con tre serate «veriste», termine ambiguo, da maneggiare con prudenza ma che, insomma, permette di capirsi. Al centro, il dittico per eccellenza: Cavalleria rusticana e Pagliacci della coppia Mascagni-Leoncavallo. Ai lati, un secondo titolo per ogni compositore. E qui compare come terzo incomodo Puccini, perché di Mascagni si è scelta Iris, «tragedia giapponese» che è un’ur-Butterfly, e di Leoncavallo quella Bohème che scrisse in contemporanea con l’altra scatenando la nota polemica giornalistica con il Puccio, che da allora rimase con il dente avvelenato per il «Leonasino». Molto, molto interessante, anche per la scelta dei registi, Francesco Micheli per il doppio Leoncavallo, Daniele Meghini per il Mascagni duale: credo che sia la prima volta che mi imbatto in un Cav & Pag diviso fra due registi che avranno in comune solo lo scenografo, Davide Signorini. Dirige Battistoni, cui bisogna fare i complimenti a prescindere perché è un direttore musicale «vero», dirige quattro opere (oltre alle tre «veriste», La traviata) e due concerti, e poi perché, a differenza della maggior parte dei suoi colleghi, dice cose sensate e le dice pure bene.







