Petra, 7 mag. (askanews) – Petra è aperta, Jerash è aperta, la Giordania è molto lontana dal fronte della guerra. Eppure i turisti rinunciano. Dal 7 ottobre il settore vive tra crolli e timide riprese; con la guerra in Iran, iniziata a fine febbraio, è arrivata una nuova frenata.
A Petra gli ingressi di marzo e aprile sono scesi a 28-30mila visitatori, contro i 112mila dei primi due mesi dell’anno. Le rovine sono accessibili, gli aeroporti funzionano, i negozi sono aperti. Ma per chi prenota la percezione di una regione instabile basta a cancellare il viaggio.
“Quello che vediamo in questi giorni – dice questo negoziante di souvenir – è qualcosa di anomalo: molte attività nel sito hanno chiuso, alberghi, negozi… La situazione va oltre le parole. Durante il Covid chiudevamo sapendo che gli aeroporti erano chiusi e tutto era fermo, quindi non c’erano movimento né domanda. Ora le cose sono aperte, ma non sai se riuscirai a guadagnarti il pane quotidiano”.
Qualcuno arriva lo stesso. Per chi attraversa Petra senza folla, il vuoto può perfino sembrare un privilegio. Ma intorno resta il segno di una stagione mancata.
“Certo – dice una turista ucraina – oggi molte compagnie hanno cancellato i voli. Non so perché, forse per il costo molto alto del carburante. Però credo che i nostri biglietti siano valsi la pena: è un Paese bellissimo e forse questa è la stagione migliore per visitarlo. Non fa caldo, si sta molto bene”.







