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Da inizio anno oltre 600 esecuzioni. Molti giovani impiccati dopo le proteste

«State sentendo la mia voce dalla prigione di Urmia. Potrebbe essere l'ultima volta. Oggi è il mio turno, domani sarà quello di qualcun altro e il giorno dopo potrebbe toccare a un vostro caro. Non restate indifferenti, rimanete dalla parte giusta, a difesa dei diritti umani». Mehrab Abdollahzadeh aveva 28 anni quando è stato impiccato il 3 maggio in Iran. Il suo ultimo messaggio è stato registrato il giorno dell'esecuzione, dopo 40 mesi di prigione e 42 giorni di torture subite immediatamente dopo l'arresto in un centro di detenzione dei Guardiani della Rivoluzione islamica in seguito alle proteste del 2022, con l'obiettivo di estorcergli una falsa confessione. Tra botte e minacce, è stato costretto a prendersi la responsabilità della morte di un membro dei Basij, i paramilitari volontari iraniani, anche se dalle telecamere non è mai emersa la sua presenza sul luogo del delitto e lui ha chiesto più volte, invano, di provare la sua innocenza tramite localizzazione del telefono cellulare. Ha potuto vedere i suoi avvocati solo dopo diverse settimane di prigione e violenze e, alla fine, è rimasto ingabbiato in un processo farsa, in cui gli sono stati negati i più elementari diritti alla difesa.