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Sorveglianza su staff e collaboratori dello Zar. Mosca annuncia una tregua l'8-9 maggio
Il potere che si blinda è, spesso, un potere che teme. E a Vladimir Putin oggi non basta più la distanza dal fronte ucraino per sentirsi al sicuro: il pericolo sembra annidarsi dentro le mura del Cremlino. Negli ultimi mesi, secondo un rapporto di intelligence europea citato dalla Cnn, la sicurezza attorno al presidente russo è stata ridefinita. Non si tratta di un semplice rafforzamento protocollare, ma di una vera e propria militarizzazione della sua quotidianità: sistemi di sorveglianza installati nelle abitazioni dei collaboratori più stretti, doppio screening per ogni visitatore, telefoni senza accesso a internet per chi lavora a contatto diretto con lo Zar. Persino cuochi, fotografi e guardie del corpo non possono più utilizzare mezzi pubblici.
È il segnale di un clima di sospetto crescente, alimentato da una sequenza di eventi che ha incrinato la percezione di controllo assoluto del Cremlino. L'uccisione, nel dicembre 2025, del generale Sarvarov, colpito da un'autobomba nel cuore di Mosca, ha aperto una frattura profonda tra i vertici della sicurezza. In una riunione convocata pochi giorni dopo, i capi delle principali agenzie si sono rimpallati responsabilità e accuse, evidenziando crepe strutturali in un sistema che, fino a poco tempo fa, si presentava come monolitico. Il Cremlino teme non solo attentati mirati, ma anche un possibile complotto interno. Tra i nomi che alimentano le preoccupazioni figura quello di Sergei Shoigu, ex ministro della Difesa e oggi segretario del Consiglio di Sicurezza, considerato ancora influente nei ranghi militari. L'arresto del suo ex vice, Ruslan Tsalikov, ha ulteriormente destabilizzato il quadro.









