VENEZIA - Sulla riva dei Sette Martiri sono ormeggiati gli yacht dei bilionari, da una parte il Kathryn di Orlando Bravo e dall’altra il Maraya di Mohammed Abu-Ghazaleh. Tiene invece il basso profilo Dmitrij Karneev, passando in fianco alle casse di Prosecco e Champagne stoccate sul ghiaino dei Giardini, mentre si appresta a varcare la soglia dell’ingresso. Del resto l’imprenditore non è qui come ex direttore del colosso statale della vodka Rosspirtprom, bensì quale marito di Anastasia Karneeva (e padre dei loro due bambini, che intanto si rincorrono fra le piante), la commissaria del padiglione di proprietà della Federazione Russa all’Esposizione Internazionale d’Arte.
Misterioso, contestato, sorprendente: dopo due mesi di polemiche, lo spazio più chiacchierato della Biennale di Venezia è finalmente pre-aperto, ma solo su invito e fino a venerdì, per ospitare le esibizioni che vengono registrate per poi essere trasmesse a ripetizione sui maxi-schermi a porte chiuse fino al 22 novembre. Perciò la stessa vernice diventa una performance per il video definito «documentazione», in cui gli addetti indossano maschere di cartapesta e maglie da provocazione. La più gettonata? Quella nera come una schermata dello smartphone: “La Biennale-El Patròn is calling”, telefonata in arrivo; la foto del contatto corrisponde alla faccia di Pietrangelo Buttafuoco; bisogna solo scegliere quale dei due tasti premere, se il rosso per rifiutare (“Sei sicuro?”) o il verde per accettare (“E bisogna andare!”) la chiamata...






