La vicenda Ranucci-Nordio va oltre la deontologia e riguarda direttamente il funzionamento della mente umana. Ranucci ha ammesso di aver sbagliato, ma ha anche rivendicato di non aver dato una notizia, tutelandosi con la formula "stiamo verificando". È una distinzione che cognitivamente non regge. Nel momento in cui un'informazione entra nello spazio pubblico, la mente non la tratta come un'ipotesi neutra, bensì come una possibilità concreta. Non a caso la deontologia giornalistica prevede che la verifica venga prima della pubblicazione. Perché una verifica successiva non cancellerebbe la percezione, ossia l'effetto prodotto dalla prima esposizione. Il primo meccanismo che si attiva in questi casi è quello della disponibilità mentale (euristica della disponibilità). Se dico che "si sta verificando qualcosa" su un ministro, quella cosa entra immediatamente nel radar cognitivo del pubblico. Diventa rilevante e plausibile. Il secondo riguarda la forma del racconto. Quando un'informazione viene inserita in una narrazione, con un contesto e una sequenza, il cervello la integra quasi automaticamente. La mente non ragiona in termini giuridici, ma narrativi. Questo vale ancora di più per la parte del pubblico già predisposta a crederci. Chi ha già collocato quella vicenda in una cornice opaca e "losca" tende a darle credibilità immediatamente. In questi casi l'ipotesi non incontra attriti, trova una strada già aperta.
Report-Nordio, le strane scuse a metà di Ranucci e l'invenzione della verifica “postuma”
La vicenda Ranucci-Nordio va oltre la deontologia e riguarda direttamente il funzionamento della mente umana. Ranucci ha ammesso di aver sbagliato, ma...











