VENEZIA - Poco più di 760 mila euro in due anni, un reddito non dichiarato ma di cui si trovano le tracce, che viene confermato dagli altri indagati, che diventa materia di scontro legale con la Commissione tributaria regionale e con l’Agenzia delle entrate. E che accende un nuovo faro sul “sistema Mose”, a ben dodici anni dalla “retata storica”. Il ricorso in Cassazione di Renato Chisso contro gli accertamenti fiscali che lo riguardavano, andato ora in giudicato, offre uno spaccato sui meccanismi che, due decenni fa, dominavano non solo i lavori per la “grande opera della laguna” ma tutta una rete di favori e di contropartite che si estendevano oltre i confini della laguna. Con un occhio di riguardo, ovviamente, per il ruolo del “grande elettore di Favaro Veneto” e per il suo portafoglio - di voti, forse, più che di contanti. A Chisso, infatti, sarebbe stata corrisposta una somma annuale più o meno fissa dal Consorzio Venezia Nuova: duecento mila euro alla volta, fino a raggiungere i due milioni di euro, ma quei soldi per la gran parte sono passati oltre.

Nel 2007 erano 450 mila euro, 200 mila arrivati dal presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, gli altri 250 mila corrispondevano al controvalore del cinque per cento delle quote di Adria infrastrutture Spa (gruppo Mantovani), intestate alla Società investimenti Srl - tenute in via fiduciaria dalla segretaria Claudia Minutillo per conto dell’allora assessore. Due anni dopo, nel 2009, altri 314 mila euro (e rotti): di nuovo 200 mila da Mazzacurati, più 114 mila che rappresentavano il cento per cento delle quote di Territorio Srl, questa volta spostate alla Adria Infrastrutture. Un favore per il socio unico della Srl, l’architetto Bortolo Mainardi: la sua società era descritta come «un recipiente bucato», che continuava a generare debiti, come ribadiscono i giudici, ricordando anche le dichiarazioni di Piergiorgio Baita (su questi, però era stato accettato il ricorso: altra società, non quella di Chisso). Ma, al di là delle due annualità contestate e citate nel ricorso rigettato un mese fa dalla Suprema corte, la sentenza degli Ermellini richiama anche le dichiarazioni di Mazzacurati e Minutillo, che all’epoca dell’inchiesta Mose misero in fila tutti i soldi che inviavano a Chisso: 200 mila euro l’anno, dal 2005 al 2013, a cui si sommano cessioni o acquisti di plusvalenze di quote societarie, fino ad arrivare al totale di due milioni di euro. Eppure l’ex titolare dei Trasporti veneti non ha mai vantato un ampio, evidente patrimonio: se quei soldi sono passati sul suo conto corrente, non l’hanno fatto per restarci.