Ci sono delle ragioni comprensibili di disappunto se non di aperto scontro per la presenza dei simboli della Brigata ebraica alla manifestazione del 25 aprile. Come ha infatti riconosciuto (tra i tanti) la storica Anna Foa, un conto è portare in piazza lo stemma della Brigata, un altro è accompagnarlo con le bandiere di Israele. E non c’è rischio di sbagliarsi: la prima ha la stella di David in mezzo a due strisce verticali, la seconda porta lo stesso simbolo, il Maghen David, ma tra due strisce orizzontali. Pur non volendo identificare tout court Israele con Netanyahu e con il suo governo – benché sia oggetto di discussione il supporto che Bibi e i suoi hanno sia in patria che nell’ebraismo della diaspora – è evidente che in questo momento, quelle bandiere in quel contesto sono un pugno nello stomaco.
Una manifestazione che celebra la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo può permettere che sfilino persone, che provocatoriamente o meno, associano la Brigata dell’esercito britannico che combatté in Italia allo Stato di Israele? Non voglio qui discutere dei metodi utilizzati dai manifestanti, che sono andati dalla legittima protesta a gesti gravi e certo non condivisibili. Quello che voglio dire è che la rabbia dei manifestanti è più che legittima, e che non c’entra l’essere ebrei, come ha detto Matteo Renzi (il quale a Otto e mezzo ha affermato “Quando trovo qualcuno che dice che gli ebrei non possono festeggiare il 25 aprile, quello è un cretino”). Ma occorre aggiungere qualche motivo di perplessità rispetto all’uso strumentale della Brigata.








