Quando Marco Rubio arrivò a Roma per l’insediamento di Leone XIV, un anno fa, chiese a Parolin in quale lingua si sarebbero parlati: «Spagnolo, inglese o cubano?». Il cardinale sorrise e disse che la lingua ufficiale era l’inglese, ma aveva ammesso sottovoce che non era «altrettanto bella». Non era cortesia ma il riconoscimento reciproco di due uomini che si capiscono.

Rubio è figlio di esuli cubani, nato a Miami, cattolico praticante, il primo latinoamericano a guidare il dipartimento di Stato. In questa amministrazione, in cui l’emisfero occidentale è priorità e Cuba è un avamposto russo-cinese da neutralizzare, Rubio ha trovato l’unico interlocutore credibile con L’Avana nella Santa Sede, che non ha mai interrotto i rapporti con l’isola, neanche negli anni più bui del castrismo. Quella pazienza ha già dato frutti storici: il Vaticano fu decisivo nella quasi-normalizzazione Obama-Castro del 2014. Oggi lo stesso schema silenzioso si ripete.

PERCHÉ GLI USA, DELUSI, LASCIANO BERLINO

Venerdì sera il segretario alla Guerra americano Pete Hegseth ha ordinato il ritiro di 5.000 soldati dalla German...

Dopo gli incontri diplomatici a fine febbraio, a Roma, Parolin ha dichiarato che la Santa Sede ha compiuto i «passi necessari» per una soluzione «negoziata» tra le due capitali. Il ministro degli esteri cubano è stato ricevuto da Leone XIV. Cinquantuno prigionieri sono stati liberati prima della Settimana Santa, con L’Avana che ha citato le relazioni col Vaticano, che canalizza gli aiuti verso il Paese. Gli uomini di Rubio hanno incontrato il nipote di Raúl Castro ai margini del Summit Caricom. Il contesto, però, non è secondario.