C’è un silenzio innaturale che avvolge le strade di Teheran in questo maggio del 2026, un silenzio che non ha nulla a che vedere con la pace ma che somiglia piuttosto a un vuoto pneumatico. È il risultato di un isolamento digitale che dura ormai da oltre dieci settimane, una disconnessione chirurgica dai server globali che ha trasformato l’intero Iran in una gigantesca scatola nera, impenetrabile agli sguardi esterni.
In questo scenario di oscuramento totale, la tecnologia Starlink, che fino a poco tempo fa rappresentava l’ultima flebile speranza per l’informazione libera e il contatto con il resto del mondo, si è trasformata in una condanna a morte. Ciò che nell’ottobre del 2025 appariva come l’ennesimo inasprimento burocratico per il controllo del web, oggi si è palesato nella sua forma più brutale e sanguinaria: il rumore sordo dei patiboli che si aprono all’alba e le grida soffocate nelle stanze degli interrogatori. Il quadro normativo del Paese è precipitato drasticamente dopo la ratifica della legge sull’inasprimento delle pene per lo spionaggio e la cooperazione con il “nemico straniero”, un dispositivo giuridico che dietro un linguaggio tecnico e fumoso nasconde una realtà inequivocabile.






