Roma, 4 mag. (askanews) – La sfida al dollaro non passa più soltanto dalle dichiarazioni politiche dei Brics o dai comunicati sulla riforma dell’ordine finanziario internazionale. Passa sempre più spesso dalle forniture di petrolio, dalle banche incaricate di regolare i pagamenti e dalle rotte marittime che collegano il Golfo, la Russia e l’Asia orientale. L’aumento dell’uso dello yuan nelle transazioni petrolifere indica che Pechino sta trasformando la propria moneta da strumento prevalentemente commerciale a infrastruttura geopolitica, offrendo a paesi sottoposti a sanzioni o desiderosi di ridurre la dipendenza dal dollaro una via alternativa per continuare a vendere energia, acquistare merci e regolare scambi strategici.
Il fenomeno è ancora lontano dal mettere in discussione la supremazia del dollaro, ma non è più marginale. A marzo, secondo i dati Swift, la valuta cinese è tornata al quinto posto tra le monete più usate nei pagamenti internazionali, con una quota del 3,1%, contro oltre il 50% del dollaro. La distanza resta enorme, ma la direzione è politicamente rilevante: lo yuan non sostituisce il biglietto verde, ma comincia a occupare spazi nei circuiti in cui la moneta statunitense è percepita non solo come mezzo di pagamento, ma anche come possibile strumento di pressione.






