Commozione e orgoglio questa mattina al Cimitero Monumentale dove sono cominciate le celebrazioni del 4 maggio davanti ad una platea d’eccezione che ha racchiuso tutta o quasi la storia del Torino. Su iniziativa del Circolo Soci, è stata posta una corona in onore dei caduti e poi sono stati benedetti i sepolcri dei giocatori del Grande Torino. Presenti dirigenti granata, ma non il patron Cairo, le istituzioni cittadine nel nome dell’assessore allo sport Carretta e all’ambiente Foglietta, alcuni dei campioni dello scudetto del ‘76 come Zaccarelli, Claudio Sala, Santin e Pallavicini. Oltre naturalmente ai parenti delle vittime di Superga. Tra questi i familiari di Gabetto, Bacigalupo, Ballarin, Rigamonti, Ossola, Castigliano e Susanna Egri. E proprio le parole della figlia centenaria di Erno Egri Erbstein, l’allenatore del Grande Torino, hanno rappresentato il momento più toccante della cerimonia.

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«Sono trascorsi 77 anni da quel tragico evento, ma la ferita non si è rimarginata - le parole della signora Susanna -. Ho perso mio padre che era artefice grande Torino, una squadra meravigliosa, quei giocatori li conoscevo uno per uno. Ho cenato con loro l’ultima sera che sono stati a Milano». La memoria di Susanna Egri è intatta, a lei la vita ha tolto l’amato papà, ma le ha donato un percorso centenario. «Superga è stata una terribile ferita che si è moltiplicata per 18 giocatori - dice -, non erano solo campioni, ma una squadra diventata simbolo di rinascita e speranza. Rappresentavano una comunità, avevano la responsabilità di essere al di là del proprio valore. Papà diceva che il risultato era importante, ma lo era di più come si conseguiva. Diceva che bisogna convincere, non solo vincere: la gente voleva il bel gioco e gli avversari non erano nemici, ma noi eravamo più bravi e dovevamo dimostrarlo tutte le volte. Voleva che si rispettasse l’avversario, non umiliarlo. Dopo 77 anni questi valori riemergono grazie alla vostra presenza, e mi sento grata a tutti voi».