ROMA – «L’opzione militare è di difficilissimo successo, quella diplomatica ancora più lontana. Temo che dovremo abituarci a una scomoda realtà, in cui lo Stretto di Hormuz resterà chiuso ancora a lungo».

Robert Wescott, già capo economista di Clinton, dopo di allora – oltre a proseguire le sue analisi geopolitiche con il think tank Keybridge – ha fatto parte di «almeno una ventina di commissioni di alto livello convocate da vari presidenti, compreso il Trump I, per valutare l’importanza dei chokepoints, i colli di bottiglia sulle rotte marine: Hormuz, poi Suez, Bab el-Mandeb, lo stretto di Taiwan e quelli di Malacca, Gibilterra, Panama. Per tutti si sono ipotizzate soluzioni più o meno fattibili. Non per Hormuz. Ogni volta ci si lasciava dicendo: “Speriamo che non succeda”».

Invece è successo. Hormuz è chiuso: da due mesi il 20% del petrolio e del gas mondiale non passa.

«Quello che appariva impossibile è non solo reale ma sembra senza fine. Pare che le trattative segrete stiano proseguendo. Trump dice come sempre tutto e il contrario di tutto, dice che sta esaminando le proposte iraniane e nel frattempo prepara nuovi attacchi. Lo sa dove conviene guardare secondo me? Ai mercati. Dopo un iniziale sbandamento si sono ripresi e dimostrano una rimarchevole resilienza, imperniata sui 500 e più miliardi di investimenti nell’intelligenza artificiale in ballo ma anche su una sottile fiducia che la situazione si risolverà. Secondo me, quella che comincia oggi è la settimana decisiva. Se c’è un crollo anche dei mercati finanziari, lasciate ogni speranza».