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Antony Beevor racconta i deliri religiosi e gli intrighi della corte degli Zar
Nelle stanze più oscure della corte degli zar, quelle dove la superstizione si mescolava alla litania delle preghiere ortodosse. E poi nelle feste sguaiate della nobiltà di San Pietroburgo dove la nobiltà russa esibiva Grigorij Rasputin come negli anni ottanta del novecento un imprenditore avrebbe esibito un ipnotizzatore come Giucas Casella. É in questi ambienti, oltre che nella siberia gelata percorsa dai pellegrini itineranti ortodossi gli Strannik, che Antony Beevor accompagna il suo lettore attraverso le pagine di Rasputin e la fine dei Romanov (Rizzoli, pagg. 378, euro 27).
Beevor che è famoso soprattutto per i suoi lavori di storia militare in questo saggio non tratteggia una semplice biografia quanto piuttosto il ritratto di un'epoca in cui l'asfittico Impero russo prima di essere travolto da una rivoluzione atea e bolscevica (ma che ha sempre praticato sofisticate liturgie per incantare il popolo) vide crearsi strani percorsi misticheggianti, tali da consentire ad un contadino siberiano semi analfabeta di diventare il punto di riferimento morale e religioso della zarina, prima di essere ucciso in un intrigo di strepitosa violenza.






