La guerra in Iran tecnicamente non c’è più. Parola del segretario alla Guerra Usa Pete Hegseth. Uno dei tanti escamotage che consentono ai presidenti in carica di non dover chiedere l’autorizzazione al Congresso per proseguire un conflitto una volta trascorsi 60 giorni. Anche a questo è servito non aver posto un termine esplicito al cessate il fuoco con Teheran. Tempo indeterminato significa pace. Ma solo in teoria. Se la guerra militare è sospesa, quella economica si intensifica. Il blocco navale statunitense nel Golfo di Oman e nello Stretto di Hormuz strangola l’Iran. Il collasso rischia di diventare strutturale e irreversibile. In superficie le strade di Teheran sembrano normali. Caffè aperti, traffico usuale. Ma sotto c’è un Paese sull’orlo del collasso finanziario. «Le tasche sono vuote, il rial è una passività che la gente vuole scaricare», scrive Amichai Stein sul Jerusalem Post, quotidiano israeliano di centro destra. «C’è un’inflazione folle perché nessuno vuole tenere la valuta iraniana», spiega l’economista Amos Nadan. La moneta è «fondamentalmente instabile». Già prima della guerra l’inflazione era stimata al 70%.
Steve Hanke, docente di economia applicata alla John Hopkins, la calcola addirittura in misura pari al 116%. Il salario minimo mensile è oltre 160 milioni di rial (ovvero 100 dollari). Un kebab costa 5-6 milioni di rial. Pollo e riso fanno 4 milioni. Si registrano casi terribili di prostituzione infantile per portare cibo a casa. Ci sono addirittura blackout. Surreale in un paese ricco di petrolio come l’Iran. Per non parlare della siccità. Tutti problemi preesistenti alla guerra e che questa ha amplificato. Le rivolte di gennaio represse nel sangue partono da qui.








