Il giudice non ha fatto sconti a Eitan Bondì, il ragazzo di origine ebraica che il 25 aprile ha ferito con una pistola ad aria compressa due militanti dell’Associazione Nazionale Partigiani, che si erano allontanati dal corteo principale. L’incriminazione è stata derubricata da tentato omicidio a tentate lesioni aggravate, come aveva pronosticato Libero, analizzando la dinamica dei fatti, e il giovane, dopo quattro notti passate a Regina Coeli, è stato scarcerato e trasferito agli arresti domiciliari. Una delle due vittime, Rossana Gabrieli, alla quale è doveroso rivolgere ogni solidarietà e comprensione, dichiara di sentirsi vittima di tentato omicidio. Naturalmente ne ha pieno diritto.
La giustizia penale però si basa sui fatti e sulle leggi, non sulle percezioni. Gli avvocati di Bondì rivelano che il ragazzo è mortificato e pentito. Ha reso piena confessione, dichiarando di «vergognarsi molto» di quanto fatto e il giudice per le indagini preliminari gliene ha dato atto, riconoscendo che «ha manifestato un senso reale di resipiscenza». Ma perché lo ha fatto? «Si è trattato di un gesto del tutto irrazionale», estemporaneo, scrive il magistrato.
Nessuna premeditazione. Eithan stava lavorando, non indossava un casco integrale come è stato erroneamente detto, ha incontrato i due simpatizzanti dell’Anpi, con il fazzoletto tricolore al collo, per caso sul tragitto delle sue consegne di rider. Gli si è chiusa una vena del cervello e ha commesso quel gesto folle, poi ha continuato a lavorare, gettando in un cassonetto l’arma.












