Sono a tutti gli effetti molto zoppo e cieco a un occhio. Per circostanze avverse e coincidenti mi trovo nelle condizioni, spero momentanee, di una persona disabile. Capisco concretamente solo ora cosa possa significare non avere una vita indipendente. Mi sento un problema da spostare di stanza in stanza, non un cittadino che abita lo spazio. Eppure pensavo di essere abbastanza esperto in situazioni di fragilità, ho in carico un figlio quasi trentenne autistico non verbale, con epilessia e bisognoso di affiancamento perenne. Posso dire con certezza che, per quanto sia logorante essere caregiver di una persona disabile grave, nulla ci fa capire in maniera fulminante cosa significhi avere una vita indipendente quanto doversi organizzare, allo stesso tempo, la propria da disabile. Il solo sentirsi fulcro su cui gira l’esistenza di una persona a te cara ha, tutto sommato, un margine di gratificazione; la fragilità che hai in carico per il maggior tempo della tua vita, ti restituisce molto di quello che fai per lei, anche se non parla, anche se non ha una mente del tutto reattiva. Comprendo che può essere una sensazione auto indotta, un’endorfina particolare che ci spremiamo autonomamente, per compensarci di tutta la vita che ci stiamo perdendo per sorreggere una vita altrui.