MIRANO - Non è bastata l'autopsia effettuata ieri pomeriggio dal dottor Antonello Cirnelli a capire come sia morto Gian Paolo Badon, 67 anni di Mirano (Venezia), spirato alle 4.17 di lunedì 21 aprile in un letto dell'ospedale di Padova, dov'era stato ricoverato una settimana prima e sottoposto, il 14 aprile, a un intervento per togliere un tumore benigno nella zona dell'ipofisi. Un'operazione definita di routine dall'equipe medica dell'Azienda e che invece avrebbe acceso il processo che ha portato il 67enne alla morte dopo giorni di dolori e cambi d'umore capaci di impensierire la moglie. Una morte per la quale il sostituto procuratore Andrea Zito ha aperto un fascicolo con l'accusa di cooperazione in morte colposa medica indagando sei camici bianchi dell'Unità operativa complessa di Neurochirurgia dell'Azienda ospedaliera della città del Santo: sono tutti i professionisti che hanno avuto in cura l'uomo. Ora, per dare una risposta alla denuncia della famiglia, gli accertamenti medico-legali continueranno con gli esami istologici e microscopici, motivo per cui sono stati nominati anche un otorino-laringoiatra e un neurochirurgo.

Nel racconto che la moglie dell'uomo ha fatto mettere nero su bianco il 27 aprile alla stazione carabinieri di Mirano (poi trasmessa in procura a Padova e diventata il perno dell'inchiesta ai primi vagiti), la donna ripercorre l'ultima settimana di via del marito. La deposizione parte dalla diagnosi di adenoma ipofisario che Gian Paolo Badon aveva ricevuto un anno prima sempre a Padova: gli era stato spiegato che si trattava di un tumore benigno all'interno dell'ipofisi e che andava rimosso per avere una qualità di vita migliore. L'intervento gli era stato spiegato seppur invasivo non avrebbe comportato alcun rischio per la salute. Così si arriva a lunedì 13 aprile quando Badon viene ricoverato in Neurochirurgia a Padova per l'intervento in programma l'indomani. L'operazione dura quattro ore ma qualcosa, secondo la denuncia della donna, va subito storto: prima le viene detto che il marito era stato spostato in Rianimazione al Sant'Antonio e mentre lei tenta di raggiungerlo, è di nuovo ricontattata da uno strutturato il quale le dice che era un'informazione sbagliata e il marito si trovava nella recovery room. Lì lei era rimasta con l'uomo per due ore sentendosi dire, anche dal primario che aveva eseguito l'intervento, che tutto era andato per il verso giusto. L'anestesista e un infermiere la rassicuravano anche sui dolori: tutto previsto e normale dopo un simile intervento. Nei giorni successivi, però, le condizioni dell'uomo peggioravano a vista d'occhio, come testimoniato dalla moglie la quale ha riferito ai carabinieri che ogni giorno in cui andava a far visita al marito si trovava di fronte a una situazione preoccupante: più volte la donna aveva chiesto spiegazione ai medici dei forti dolori, del fatto che il 67enne si debilitava ogni giorno, della sua inappetenza ma anche di dettagli particolari come il fatto che capisse solo il dialetto veneto (e non più l'italiano) e che era diventato aggressivo, atteggiamento mai avuto prima dell'operazione per l'asportazione del tumore. Poi il freddo e la pressione che saliva e scendeva. Una sofferenza della quale lo stesso Gian Paolo Badon aveva parlato anche con il professore che lo aveva operato il quale, il 18 aprile, gli aveva risposto come la sua situazione fosse quella di un uomo con tutti gli ormoni impazziti e che un po' alla volta, con una cura farmacologica mirata, si sarebbe ripreso tanto che erano state messe in agenda le sue dimissioni per due giorni dopo, il 20 aprile.