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Ultimo aggiornamento: 9:17

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“Domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?”. La domanda arriva dall’arcivescovo di Torino Roberto Repole che alla vigilia del Primo Maggio ha indirizzato una lettera aperta alle istituzioni, ai sindacati e ai cittadini torinesi aprendo un dibattito sull’industria bellica nell’ormai ex capitale dell’auto italiana. Monsignor Repole si dice turbato dal pensiero delle guerre che “seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione”. Un settore, quello della difesa, che spesso viene citato dalle istituzioni locali e regionali come fiore all’occhiello dell’economia piemontese. Due miliardi di euro, secondo le stime del 2024. “Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro?” si chiede l’arcivescovo ponendo un tema a tutta la città. Una domanda che non è astratta ma che è ben consapevole del contesto di crisi che sta vivendo il distretto industriale torinese.