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Siamo trasecolati quando abbiamo sentito alcuni del corteo apostrofare gli ebrei come "saponette mancate"

Forse c'è ancora qualcuno che in cuor suo nutre la speranza di una festa condivisa. Una celebrazione che riesca a ricomporre una frattura di popolo che non è mai stata veramente curata. Invece, a distanza di oltre ottant'anni, il 25 aprile resta una ferita che sanguina. E non perché, come vorrebbe far credere la sinistra, il Paese rischia un nuovo Ventennio di dittatura, ma perché quegli stessi, che sfilano in piazza in nome della democrazia cantando "Bella ciao", si arrogano il diritto di decidere chi sta dentro e chi fuori, chi merita rispetto e chi no, quale bandiera può sventolare e quale no. Il tutto con parole e ritualità che speravamo fossero sepolte nel passato. E così siamo trasecolati quando abbiamo sentito alcuni del corteo apostrofare gli ebrei come "saponette mancate", quando abbiamo visto che li cacciavano senza che nessuno battesse ciglio, quando sabato scorso la Festa di Liberazione è diventata la copia di una delle tante manifestazioni pro Palestina. A quel punto non ci ha stupito la reazione di Luciano Belli Paci, figlio della senatrice a vita Liliana Segre. Non sa più se ci sono le condizioni per tenere la tessera dell'Anpi. Forse la terrà, forse la straccerà. I suoi dubbi, ad ogni modo, non ci stupiscono perché, in una continua corsa verso l'estremismo, i nuovi "partigiani" hanno definitivamente snaturato il 25 aprile. Da qui la provocazione di dare a Pagliarulo e compagni un suggerimento (che cadrà sicuramente nel vuoto). È fuorviante che continuino a chiamarsi Associazione Nazionale Partigiani d'Italia. Anche perché, francamente, di partigiani (quelli veri, quelli che hanno combattuto la Seconda guerra mondiale) ormai ne sono rimasti pochi. Tengano pure l'acronimo Anpi, per comodità. Così non devono rifare fazzoletti e bandiere.