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Le tante manifestazioni in corso anche nella parte non violenta dei partecipanti si stanno trasformando in sempre più significative e preoccupanti manifestazioni di antisemitismo

Siamo ormai a pochi giorni dal 7/10 ed è facile prevedere che il secondo anniversario del pogrom terroristico perpetrato da Hamas possa essere celebrato in modo molto diverso da quello precedente. In questo anno ha infatti via via prevalso un racconto della guerra a Gaza che ha praticamente cancellato la data del 7 ottobre. Sino ad equiparare implicitamente ciò che sta avvenendo a Gaza al genocidio dei nazisti contro il popolo ebraico. Una narrazione che prevale nella rappresentazione mediatica e che sta ispirando le mobilitazioni di questi giorni anche nel nostro Paese.

Se l'uso strumentale della tragedia di Gaza che si è tentato di fare nelle ultime elezioni regionali non ha prodotto i frutti elettorali sperati vale comunque la pena cercare di capire come mai questo sia stato possibile, come si sia smarrita nella gran parte delle analisi che si leggono e si ascoltano le ragioni vere che sono alla base del conflitto. Non solo per ristabilire la verità su come siano andate le cose ma anche per contribuire a interrompere la tragedia umana e politica che lì si sta consumando. Certamente pesa la condanna pressoché unanime della sproporzionalità assunta dalla giusta e inevitabile risposta israeliana all'eccidio del 7 ottobre. Nell'ultimo anno essa ha superato i limiti provocando un tal numero di morti civili da renderla non solo umanamente inaccettabile ma politicamente dannosa per lo stesso Stato di Israele. Il prevalere all'inizio di quest'anno nella coalizione del governo israeliano dei suprematisti e l'emarginazione dei moderati sancita dalla "dimissione" del ministro Gallant ha segnato una svolta rispetto all'anno precedente sia nella condotta militare a Gaza che nell'azione dei coloni in Cisgiordania. Ma ciò nulla ha a che vedere con quella "inversione della colpa" così insistentemente alimentata dalla macchina mediatica.