La plastica, uno dei maggiori responsabili dell’inquinamento dei mari e tra i più persistenti, oggi ha un peso misurabile anche in termini di mortalità. Un nuovo studio pubblicato nel novembre 2025 sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) ha fornito per la prima volta una risposta quantitativa a una domanda cruciale: quanta plastica deve ingerire un animale marino perché il rischio di morte diventi concreto?

L’analisi, basata su 10.412 autopsie (1.537 uccelli marini di 57 specie, 7.569 mammiferi di 31 specie e 1.306 tartarughe di 7 specie) tratte da 57 fonti, mostra che bastano poche decine di frammenti ingeriti perché il rischio di morte diventi altissimo. Tra i gruppi più colpiti, gli uccelli marini emergono come indicatori particolarmente sensibili dello stato di salute degli ecosistemi oceanici.

Un fenomeno diffuso a livello globale

Mentre l'ingestione di plastica è stata documentata in quasi 1.300 specie marine, incluse tutte le famiglie di uccelli pelagici, mammiferi e tartarughe marine, la ricerca evidenzia che il 35% degli uccelli marini esaminati aveva ingerito plastica.

“Non si tratta di episodi sporadici o localizzati, ma di un fenomeno ormai globale, che interessa tutte le famiglie di avifauna marina. Dalle procellarie agli albatri, passando per gabbiani e sule, nessun gruppo risulta immune”, commenta l’ornitologo Rosario Balestrieri, raggiunto da La Zampa. “Questo dato conferma una tendenza già osservata negli ultimi decenni, ma con una precisione numerica che rafforza la gravità del problema”.