Se devi spiegare una battuta, allora non fa ridere. È la regola della comicità, anche di quella involontaria. Valentina D’Orso, deputata contiana di cui fino all’altro giorno ignoravamo colpevolmente le fatiche quotidiane, ieri pomeriggio dopo mezza giornata di brainstorming (letteralmente “tempesta di cervelli”) ha attaccato Libero definendolo «macchina del fango» per aver avuto «la brillante idea di dedicare una pagina intera (non è intera e inoltre c’erano molte figure, ndr) a un mio breve intervento alla Camera palesemente autoironico nel contesto in cui è nato, decontestualizzandolo e distorcendone volutamente il significato per istigare elettori all’odio nei miei confronti».

Odio? Semmai compassione. «Grazie presidente», ha esordito la D’Orso rivolgendosi al forzista Giorgio Mulè, «intervengo in realtà per chiedere di cadenzare delle brevissime pause tecniche ogni tanto. Infatti, non so voi, però pur alternando le mani, insomma, quindi le braccia... Visto il ritmo convulso delle votazioni, insomma c’è un risentimento lungo il braccio, addirittura fino alla cervicale. Non so se lo accusate anche voi, per cui, secondo me, ogni tanto fermarci e lasciare riposare gli arti sarebbe una cosa buona e giusta». Si fosse fermata qui, e senza gli applausi scroscianti dei colleghi di partito, l’avremmo archiviata come un’uscita a vuoto, divertente ma di certo meno di quando quel grillino, Tripiedi, aveva promesso all’aula di essere «breve e circonciso». E però la D’Orso, entrata in parlamento nel 2018 a circa 700 euro netti al mese e salita ai 107.695 lordi dell’ultima dichiarazione dei redditi (tutto lecito, la fatica paga), ha voluto strafare, e dunque se all’inizio il suo lamento poteva finire in un box (un trafiletto) è diventato una pagina quasi intera.