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Nei manifesti per la Prima della Scala, cento anni fa, il ritratto si trasforma in immagine pubblica
Un lungo viaggio attraverso le meraviglie del mondo dell'arte. Ogni settimana in questa pagina il critico Vittorio Sgarbi racconterà l'opera di un grande maestro del passato o del presente - una tela, un affresco, una scultura, un'installazione - leggendola con un occhio particolare. Non soltanto facendoci (ri)scoprire un gioiello dimenticato o lontano dai grandi itinerari del turismo culturale, ma anche facendone emergere i legami artistici e sociali con l'attualità. Una lezione di un intellettuale sempre fuori dal coro che ha molto da insegnarci.
Se il Novecento è stato anche il secolo delle icone, Andy Warhol ne ha dato la formula pop più celebre. Nei suoi ritratti il volto non vale tanto per l'interiorità che lascia intravedere, quanto per la forza con cui si impone come immagine pubblica: fisso, memorabile, immediatamente riconoscibile. Warhol non serve qui, naturalmente, come antecedente storico di Turandot, ma come termine critico. Aiuta a nominare un passaggio decisivo: il momento in cui il volto smette di rinviare anzitutto a una psicologia e si offre allo sguardo come evidenza formale.






