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Avvicinarsi al genio di Bayreuth non vuole dire cercare a tutti i costi di stupire "attualizzando"
La Scala ci sta provando, non fa una finta rivoluzione da palcoscenico, fa una cosa più rara: tenta di rimettere ordine nel discorso su Wagner e non è poco. Lo fa con un nuovo Ring, dopo dieci anni, e lo correda con due mostre che non vogliono correggere partiture, ma cercano di spiegare che cosa succede quando ci si mette sopra le mani, se non tremano.
Il Ring 2026 è cominciato il 1° marzo ed è una nuova produzione firmata da David McVicar con due cicli completi compressi in una settimana ciascuno. Ripartire da Wagner significa sapere, anzitutto, che non era un compositore che aspettasse il genio di turno per essere "attualizzato", ma il genio era lui, e ci donò una concezione totale di teatro musicale fatta di ritmo, durata, progressione e macchina scenica. Da qui l'obiezione storica che facciamo nostra: se tu, regista, rompi quel patto, e ti metti davanti alla musica come un influencer davanti allo specchio, tu non stai interpretando, stai sostituendo, e sarai maledetto per l'eternità.






