Il 25 aprile 1926, al Teatro alla Scala, andava in scena per la prima volta Turandot, l’ultimo capolavoro di Giacomo Puccini, rimasto incompiuto e rappresentato dopo la morte del compositore. Da allora, per un secolo, l’immagine è rimasta immutata: una principessa cinese, enigmi mortali, una corte imperiale a Pechino. Ma c’è un problema. Quella favola, semplicemente, in Cina non esiste. Non esiste nella tradizione narrativa cinese una principessa che sottoponga i pretendenti a enigmi e li faccia uccidere in caso di fallimento. Non esiste un ciclo fiabesco con questa struttura. Non esiste un archetipo che tenga insieme crudeltà rituale, prova intellettuale e rifiuto del matrimonio. E allora la domanda è inevitabile: se non è cinese, da dove viene Turandot? Il primo indizio è nel nome. “Turandot” deriva dal persiano Turandokht: “figlia di Turan”. E Turan, nella geografia culturale antica, non è la Cina. È il mondo a nord dell’Iran: Asia centrale, steppe, civiltà nomadi. Non basta. Perché quella figura - una donna che sfida i pretendenti e li sconfigge - ha un precedente preciso. Alla fine del XIII secolo, nel Milione, Marco Polo racconta la storia di Khutulun, figlia del principe Kaidu, discendente della linea di Kublai Khan. Khutulun è una figura reale, non una leggenda: bellissima, fortissima, rifiuta il matrimonio e sfida i pretendenti uno dopo l’altro, vincendo sempre. Nessuno riesce a batterla. La struttura è già lì: la principessa inaccessibile, la prova, il rischio mortale per chi tenta.
Il segreto pucciniano: Turandot non è cinese | Libero Quotidiano.it
Il 25 aprile 1926, al Teatro alla Scala, andava in scena per la prima volta Turandot, l’ultimo capolavoro di Giacomo Puccini, rimast...







