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25 APRILE 2026
Ultimo aggiornamento: 6:47
Ricordo che il 31 maggio del 1985, in una lunga ed accalorata conversazione con gli studenti dell’Istituto tecnico industriale “Benedetto Castelli” di Brescia, il vecchio resistente si trovò all’inizio dinanzi ad un’assemblea di giovani che faticavano a concentrarsi. Ma padre Turoldo era in gran forma, incontenibile come sempre – magnifico affabulatore – aveva una virtuale tastiera sterminata da cui traeva parole, frasi, concetti, quasi che la liturgia della Resistenza avesse finalmente trovato quella mattina un’orazione tanto avvincente quanto polemica. Turoldo incalza la generazione che lo sta ascoltando, rimproverandola di essere “priva di memoria” e che “rischia di essere una generazione astorica”, pur custodendo Brescia quella Piazza della Loggia insanguinata dalla strage neofascista che allora come oggi non cessa di pesare sulla città. Così, evoca uno degli aspetti “del rischio proteiforme”, quello di “vivere giorni molto sbagliati” per una smemoratezza che ai giovani, comunque, non può essere del resto imputata. L’importante, anzi fondamentale, non è ricordare e basta. Ma come ricordare. Perché ricordare. Che cosa ricordare.






