«Compassione è far vivere, non morire», afferma l’arcivescovo Renzo Pegoraro, medico e teologo morale a Padova, nominato lo scorso maggio da Leone XIV presidente della Pontificia Accademia per la Vita. «La fede cristiana significa amore per la vita, per la sua cura e per la sua piena realizzazione- puntualizza il presule-. Una responsabilità che legata soprattutto alle fragilità del tempo presente e all’impegno per i più vulnerabili».

Wendy Duffy ha scelto il suicidio assistito nonostante non sia malata. Quali sono le implicazioni bioetiche?«Rimango sconcertato di fronte a storie come queste. La depressione grave, che toglie anche la voglia di vivere, è una malattia e come tale va considerata e curata. Davanti a tutto ciò, è del tutto incomprensibile che, anziché domandarsi come sostenere, aiutare, curare con la speranza di guarire, si possa lasciare che una persona depressa che non vede altra soluzione che “farla finita” si serva dell’aiuto di altra persona o addirittura lo pretenda, per porre fine alla propria esistenza. Un aiuto che, al contrario, si mette in campo per superare il momento di dolore, per vincere l’effetto “mortale” della depressione e per ritrovare un senso del vivere. E ciò vale soprattutto per le persone più vulnerabili, provate, spesso sole, che vanno sempre aiutate a vivere e non a “sparire”». Cosa comporta una decisione del genere dal punto di vista del dibattito pubblico?«Già nel dicembre del 2011 il giornalista Marco Travaglio, in occasione del suicidio di Lucio Magri che si tolse la vita in un tempo di grave depressione personale, proponeva delle argomentazioni che andavano nella stessa direzione, in una sua riflessione. Scriveva: “Nemmeno la depressione è una malattia irreversibile. Ma proprio una patologia passeggera può obnubilare il libero arbitrio della persona che, una volta guarita, non chiederebbe mai di essere “suicidata”. Qui palesemente di irreversibile c’è solo il “suicidio assistito”. E non possiamo non interrogarci tutti come individui e come collettività». Quali interrogativi pone una vicenda di questo tipo?«Davanti a storie come quella della signora Wendy, drammatiche e tragiche, siamo in presenza di una domanda estrema di sostegno e di cura. Wendy ha perso un figlio, uno dei lutti più terribili e pesanti. Oggi, tanti genitori che si trovano ad affrontare questa tragedia, sono aiutati e sostenuti a superare il lutto e a elaborarlo. Ho presente tanti che iniziano, in nome del figlio che non c’è più, a creare progetti di aiuto, a sostenere iniziative già esistenti a sostegno di cause benefiche e di solidarietà: è allora che da un male nasce un bene. Dalla morte, la speranza di aiutare altre vite. Non c’è alcuna “compassione” nel favorire la morte di chi vive una stagione di buio dell’animo, di depressione. Non si può quindi restare in silenzio di fronte alla violazione della sacralità della vita».