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Ultimo aggiornamento: 15:43
C’è un tratto distintivo nel modo in cui Federico Buffa architetta e ci consegna i suoi complessi e fascinosi racconti: spostare continuamente il fuoco dalla dimensione atletico-sportiva a quella umana e filosofica, senza mai indulgere nella retorica celebrativa. In Otto Infinito, andato in scena al Teatro Olimpico di Roma, questa tensione aggiunge probabilmente la sua sfida più ardua. Il protagonista è Kobe Bryant, figura che, a distanza di anni dalla morte, continua a ispirare ma anche a istigare dibattito, per le sue fascinose contraddizioni e per la radicalità ossessiva della sua visione.
Buffa affronta il delicatissimo filo della vita di Bryant con l’accorta cura di chi conosce il rischio dell’agiografia e decide con nettezza di evitare qualsiasi ambiguità. Bryant non viene trasformato in una figura mitologica inattaccabile, ma rimane costantemente vincolato alla sua natura problematica. Campione irripetibile, certo, ma anche un uomo segnato da ossessioni, insormontabili rigidità caratteriali e momenti oscuri che lo spettacolo non tenta di rimuovere.
Il titolo è simbolo autoesplicativo. L’otto, primo numero indossato da Bryant con i Los Angeles Lakers, è il simbolo dell’infinito; Kobe è ormai mito senza tempo. Non solo immortalità sportiva, ma viva fonte di ispirazione quotidiana per i suoi ammiratori. Buffa stesso ha definito Kobe “il personaggio più complesso” tra quelli da lui affrontati. Lo spettacolo si fonda su tale complessità.






