Guai a usare “Mc”. Scritta così sembra una battuta, invece è una sentenza. Il Tribunale di Bari ha stabilito che un fast food pugliese non può chiamarsi “Mc Dino’s”, né usare nomi come “Mc Burger” o “McDrive”. Il motivo è semplice: quel prefisso è troppo riconoscibile. Basta leggerlo per pensare a McDonald’s. E questo, secondo i giudici, genera confusione. Fine della storia? Non proprio. Intanto, perché questa non è una novità, ma invece l’ennesimo capitolo di una saga che va avanti da anni, sempre con lo stesso copione: da una parte il colosso globale, dall’altra un piccolo imprenditore locale che gioca, più o meno consapevolmente, con un immaginario già occupato.

A Torino, per esempio, era successo con Mac Bün, agri-hamburgheria piemontese che usava un’espressione dialettale (“solo buono”) trasformata in marchio. In quel caso non si arrivò a una causa, ma bastò la diffida. Anche lì si finì a cambiare nome, o meglio a censurarlo: M** Bün, con gli asterischi. Autocensura preventiva, potremmo dire. Con un risultato curioso: il locale andò benissimo lo stesso, forse anche grazie alla pubblicità data dalla vicenda.

In Sardegna, poco dopo, all’imprenditore che aveva chiamato i suoi negozi McPuddu’s (Puddu è il suo cognome) e McFruttu’s. Anche lì diffida, anche lì resa: via il “Mc”, sostituito con un più domestico “De”. E anche lì, paradossalmente, il caso portò visibilità e clienti. Il “Censored De Puddu’s”, come lo ribattezzarono, fece il tutto esaurito. Adesso, per inciso, si chiama MeC dove la M sta per malloreddus e la C per Culurgiones. E ora la Puglia, con Mc Dino’s che diventa semplicemente Dino’s.