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Ultimo aggiornamento: 17:53
Per secoli, millenni in realtà, la religione cristiana, e poi quella cattolica, si sono caratterizzate per una visione fondamentalmente triste e dolorosa dell’esistenza, fatta di sofferenze, rinunce, privazioni in forza delle quali conquistarsi la ricompensa ultramondana. Questa visione nasceva da una lettura dogmatica dei Vangeli, trasformati in un compendio di regole e divieti.
E l’amore, che di quei testi costituisce il messaggio più alto e rivoluzionario, è stato così “ridotto” quasi unicamente alla sola dimensione verticale, dalle creature verso il Creatore (e viceversa, ma non sempre), mettendo così in secondo piano la ben più importante dimensione orizzontale, quella dell’amore che affratella le creature, legandole le une alle altre nella pienezza della propria umanità.
Il Vangelo di Giovanni è il più chiaro di tutti in proposito. Se volessimo condensare in una sola parola quello che è mancato per tanto tempo alla religione cristiana, e alla sua lettura dei testi sacri, direi: il corpo. E’ mancata, cioè, quella dimensione fisica, sensoriale e sensuale, ancor prima che sessuale, senza la quale l’essere umano non può dirsi pienamente tale. Insomma, sono mancati il piacere, la gioia, la festa. Tutte “trasgressioni” confinate nello spazio-tempo limitato del Carnevale, prima che la Quaresima tornasse ogni volta a reclamare i suoi diritti sui corpi e sulle anime.






