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Giro di vite anche per le aggressioni sui mezzi pubblici e fermo di 12 ore per soggetti pericolosi

Giovane, deviante, pronto a resistere e a insultare le forze dell'ordine, spesso armato di coltello, magari spacciatore ripetutamente perdonato in nome della "modica quantità" di droga venduta: è questo l'identikit del pericolo urbano che assilla gli italiani e che il decreto sicurezza - approvato al Senato e passato ieri alla Camera per il primo voto di fiducia - punta a rimettere sotto controllo. È il decreto finito sotto il tiro delle opposizioni, e non solo per la contestata norma che subordina al buon esito delle procedure di espulsione il pagamento da parte dello Stato delle spese legali: quasi tutte le innovazioni previste dal decreto sono state tacciate di essere il frutto di una linea liberticida.

In realtà, il testo è frutto di una analisi meticolosa delle segnalazioni arrivate in questi anni soprattutto dalle forze di polizia, che segnalavano i muri normativi contro cui va spesso a sbattere la prevenzione del crimine. Sono norme dettate in buona parte dalla attualità: come l'aggravamento fino a tre anni di carcere della pena per chi porta con sé coltelli con lama di almeno otto centimetri, spesso usati per regolamenti di conti; o la possibilità di procedere d'ufficio nei casi di aggressioni con lesioni agli insegnanti e ai controllori sui mezzi pubblici, altra piaga su cui è spesso problematico fare giustizia. Finora serviva la denuncia della vittima: che a volte non arrivava per paura di ritorsioni. Ora basterà la notizia del reato. Per mantenere sicure le strade sarà più facile ricorrere dal Daspo urbano, che permetterà di bandire per cinque anni dalle zone a rischio chi "assume comportamenti violenti, minacciosi o molesti". A facilitare il lavoro di polizia e carabinieri contribuiranno anche una sfilza di altre innovazioni: agli spacciatori recidivi non si potrà più applicare l'attenuante della lieve entità del fatto, a chi sfugge all'alt verranno inflitte pene a cinque anni se mette in pericolo altre vite. È un tema sollevato anch'esso da episodi recenti di cronaca, con uomini dello Stato incriminati per avere inseguito fuggiaschi. D'ora in poi, in questi e altri casi, gli agenti non verranno più iscritti automaticamente nel registro degli indagati, e il pubblico ministero avrà quattro mesi di tempo per vagliare la loro posizione.