Le reti restano la base dell’economia digitale, ma in Europa chi le costruisce e le gestisce si ritrova sempre più stretto fra domanda crescente, ritorni economici insufficienti e una stratificazione normativa che finisce per appesantire gli operatori , con le piattaforme a godere invece dei frutti degli investimenti.

È il cuore dello studio “L’urgenza di agire: regole eque per crescere, investire, competere nel digitale”, presentato ieri alla Luiss nel corso dell’evento promosso dal Centro di Ricerca in Strategic Change “Franco Fontana” e da Asstel.

La ricerca Luiss-Asstel mette nero su bianco una tesi netta: l’attuale architettura regolatoria non è più coerente con l’ecosistema digitale e rischia di indebolire proprio l’anello da cui dipendono fibra, 5G, cloud e, in ultima analisi, la stessa sovranità tech europea. Il punto di partenza è un paradosso ormai strutturale. Tra il 2019 e il 2025 il traffico dati è salito di oltre il 280% sulle reti mobili e di oltre il 130% su quelle fisse, mentre fra il 70% e l’80% delle risorse di rete viene assorbito da poche grandi piattaforme digitali. Ma la capacità di monetizzare resta debole: nel 2024 l’Arpu mobile medio europeo (ricavi medi per utenza) si è fermato a 20,4 euro, meno della metà dei 42,4 euro degli Usa; sul fisso il confronto è 17,9 euro contro 32,8.