I dettagli dell’indagine sulla cosiddetta “squadra Fiore”, la rete di spioni (quasi tutti funzionari dello Stato, talvolta ex) che fabbricavano dossier a scopo di ricatto e di profitto mi hanno fatto tornare in mente la mia giovinezza.
Leggo che i loro archivi erano composti anche da «informazioni abusivamente e illecitamente raccolte e nascoste sotto forma di notizie giornalistiche». Alcune testate, spero presto si dica quali, avevano il compito di diffondere le suddette informazioni per colpire questo o quello.
Appena arrivata a Roma, poco più che ventenne, andai a vivere in affitto con due inquiline. Una di loro (quella con la quale avevo fatto amicizia perché anche lei, come me, veniva da una piccola città di provincia e non conosceva le costellazioni familiari, toponomastiche e amicali indispensabili a decifrare la mappa del potere della Capitale) per mantenersi aveva accettato un incarico molto ben pagato in un Centro Studi. Una cosa facilissima, mi assicurava.
Avrei dovuto provare a candidarmi anche io. Bastava fare un piccolo report quotidiano sull’attività delle persone che lavoravano con te — lei era stagista in una importante azienda di Stato, io borsista in una redazione. Centro Studi di cosa? Avevo chiesto. Cosa studiano? Ma niente, non so, fanno statistiche. Sono andata una volta a vedere, mi è sembrato sinistro, non sono più tornata.











