In attesa che il ministro delle Imprese Adolfo Urso trasformi i suoi mirabolanti annunci in fatti, gli operai dell’Ilva hanno una certezza e una nuova incertezza: fino alla fine di febbraio 2027 saranno in cassa integrazione, ma da ottobre non è garantita l’integrazione al 70% coperta con i fondi previsti dall’ultimo decreto ad hoc sull’acciaieria. Senza alcun accordo con i sindacati, è stata chiusa la procedura per la proroga della cassa integrazione chiesta da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria al ministero del Lavoro: riguarderà 4.450 lavoratori, lo stesso numero – circa il 50% dei dipendenti – della precedente.
Senza un rifinanziamento della misura, quindi, chi finirà in cassa integrazione vedrà peggiorare le proprie condizioni economiche, già fiaccate da 14 anni di ammortizzatori sociali. Secondo gli stessi calcoli aziendali, infatti, gli 11,4 milioni di euro stanziati dal decreto Ilva dell’1 dicembre 2025 coprono l’integrazione salariale fino a ottobre 2026 agli attuali livelli di tiraggio della cassa. La speranza è che con la ripartenza dell’altoforno 4, prevista a giugno, possano calare le persone costrette a convivere con gli ammortizzatori sociali. Intanto, è buio pesto sulla cessione degli impianti attraverso l’ultima gara aperta dal ministero delle Imprese e del Made in Italy.






