Quando la Polonia nel 2004 aderì all’Unione e qualcuno scrisse e disse che entrava in Europa, i polacchi che hanno la memoria lunga corressero subito il tiro, precisando che il Paese dell’Aquila bianca non entrava ma tornava in Europa, costretta a stare fuori dall’Urss e dal comunismo. Stesso destino dell’Ungheria, una delle due teste dell’aquila asburgica, dove gli atti parlamentari fino all’Ottocento erano in latino. La Romania, pur negli sballottamenti della storia, si tiene anche nel nome l’eredità culturale. Quanto alla Bulgaria, cugina di sangue della Russia, pur avendo abbracciato le 12 stelle gialle e persino la moneta comune, in maniera del tutto democratica ha fatto elettoralmente un plissé verso Mosca, come ai tempi del Patto di Varsavia. Rumen Radev ha stravinto le elezioni, nominalmente è progressista ma sostanzialmente sovranista, non disdegna affatto la Russia ma è contro l’immigrazione illegale, guarda con sfavore ai prestiti all’Ucraina e di sbieco le ingerenze dell’Ue, alle bandiere arcobaleno preferisce quelle della nazione e della famiglia. C’è un pezzo di Europa che scricchiola, dopo aver mandato i segnali inascoltati agli eurocrati e ai burosauri dell’ircocervo che dispensa filosofia invece di politica comune, che crea problemi invece di risolverli e non è in grado di essere quel che vorrebbe e che forse ha dimenticato. Il condominio commerciale comincia a presentare un bilancio sfallato, nella presunzione che i millesimi dei nuovi entrati e che sono la frontiera nord-orientale valessero di meno o pesassero assai poco. Prendiamo i Baltici, che hanno nella combattiva estone Kaja Kallas, vicepresidente della Commissione europea, la punta di lancia di nazioni inglobate per cinque decenni nel sistema sovietico, che non appena si sono coperti le spalle con la Nato hanno lanciato allarmi su allarmi nei confronti della nuova Russia putiniana, irrisi, snobbati e pure mal sopportati.
Così l'Est si sta trasformando mentre l'Ue è immobile | Libero Quotidiano.it
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