Cosa vede Huawei nel suo futuro? Riuscirà il colosso cinese a superare una contingenza difficile? La domanda si intreccia a molte altre. Se fino all'anno scorso, per la precisione fino al 21 gennaio 2025, giorno di insediamento del secondo mandato di Donald Trump, il Vecchio continente poteva pensare di sapere verso quale parte di mondo guardare in fatto di tecnologia, oggi la situazione è decisamente cambiata.La Commissione europea e i governi dei paesi dell'Unione nutrono - e non da oggi - forti dubbi su Pechino: troppo alti i rischi di spionaggio digitale e sabotaggio in caso di conflitto, anche non apertamente dichiarato. E, infatti, Bruxelles ha preso provvedimenti avviando proprio a gennaio 2026 il Cybersecurity package, ovvero il tentativo di aggiornare e rivedere il Cybersecurity Act.Il piano è disfarsi dei fornitori considerati pericolosi in un certo numero di settori critici nel giro di qualche anno. Misure inderogabili, dato l’aumento degli attacchi cyber e ransomware.La Germania si è portata avanti, insediando una commissione per rimodulare le politiche commerciali verso Pechino e ha escluso l'impiego di componenti cinesi dalla prossima rete 6G.La Cina ovviamente non ci sta. “Le società cinesi hanno operato a lungo in Europa in accordo con le leggi e i regolamenti [locali, ndr] e non hanno mai messo in pericolo la sicurezza nazionale europea”, aveva replicato a stretto giro Guo Jiakun, un portavoce del ministero degli Esteri cinese.Il funzionario ha anche invitato l’Ue a evitare “di inoltrarsi ulteriormente sulla strada sbagliata del protezionismo”. Qualche giorno dopo, Pechino aveva anche invitato l'Europa a non scoraggiare gli investimenti nel paese, sostenendo che il bando alle tecnologie cinesi avesse già avuto conseguenze economiche pesanti per chi aveva provato a metterlo atto, nel corso degli anni. Per non parlare di quelle sull'innovazione.Oggi non ci si può fidare nemmeno degli Stati UnitiNonostante le preoccupazioni, liberarsi dalle forniture cinesi è complicato, molto complicato: alcune tecnologie sono stratificate, e ricominciare da zero richiede pesanti investimenti che, in questo periodo, non sono in molti a poter mettere a bilancio senza pensieri. Ma non è l'unico grattacapo.Il fatto è che – inutile nasconderlo – oggi Washington non rappresenta un rischio inferiore rispetto a Pechino in quanto a sicurezza europea: l’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump non si è posta limiti di sorta nel proprio interventismo. Dall'inizio del mandato agisce trattando le società software e hardware americane come fossero aziende governative e non, invece, dotate dell'indipendenza che caratterizza gli attori economici nei paesi democratici.Un fatto ben dimostrato dalle minacce ad Anthropic, che si è opposta all'utilizzo della propria tecnologia in operazioni di sorveglianza di massa e per la realizzazione di armi autonome, ed è stata, per questo, bollata come “un rischio per la catena di fornitura” nazionale.La dicitura è di solito riservata alle aziende straniere e per la prima volta è stata impiegata per una società americana. Non è l'unico caso.Difficile dimenticare anche il blocco delle carte di credito a Francesca Albanese e quello dell’account Microsoft del procuratore della Corte penale internazionale Kharim Khan, entrambi per ragioni legate al loro ruolo avuto sul massacro israeliano dei palestinesi nella Striscia di Gaza. Sotto al Cloud Act (sintetizziamo), chiunque sia sospettato di attività anti-americane può trovarsi sospeso dai servizi forniti dalle società statunitensi. E si tratta di servizi vitali, dalla telefonia alla posta elettronica. Khan, per esempio, di punto in bianco non ha più potuto accedere alla propria casella email lavorativa. E le conseguenze per le aziende statunitensi che non si adeguano sono pesanti. Nonostante molte dichiarino a gran voce che sono pronte a ricorrere in tribunale contro le prevaricazioni, la presenza alla cerimonia inaugurale di Trump dei massimi dirigenti delle big tech e la retromarcia ogni volta che si tratta di passare all’azione suggeriscono altrimenti.Una leva negozialeSe fidarsi di Washington è difficile, giocare con la concorrenza può essere molto utile agli europei per negoziare con gli statunitensi, come mostrano i numerosi interventi della Commissione contro le pratiche dei colossi tecnologici, mai digeriti negli Stati Uniti. Ma, nonostante ciò, a Bruxelles la postura è innegabilmente ancora sbilanciata verso l’Atlantico.Il problema, dice un dirigente del gigante cinese delle telecomunicazioni Huawei nei corridoi di un evento aziendale a cui Wired Italia ha potuto partecipare, è l’incertezza. “Dalla Cina, i capi ci dicono: adattiamoci alle regole che ci vengono date”, spiega il manager, in via confidenziale. “C’è una quota del 25% sull'import cinese? La accettiamo, e ci comporteremo di conseguenza. Ma il problema è che non sappiamo quali sono, queste regole. E può ben immaginare l’impatto dell'incertezza sulle decisioni di acquisto dei manager, che non comprano per timore del rischio regolatorio o sono meno coraggiosi nelle loro scelte, cioè comprano meno. E quindi, indirettamente, anche sulla nostra azienda”.“Di tutto questo chiacchiericcio sulle norme che provengono dalla Commissione europea io non ho visto gli effetti pratici”, sbotta, visibilmente alterato, un alto dirigente europeo, ramo tecnico, a nostra domanda sulla postura del colosso asiatico in relazione al Cybersecurity package di Bruxelles. Anche in questo caso, la richiesta è quella di non fare nomi. “Vuole proprio saperlo? Le parlo della mia vita quotidiana: ogni giorno qualcuno viene a chiedermi di passare dagli americani a noi”.I conti di Huawei sono a posto, ma niente di piùIl momento è quello che è. L’azienda cinese, leader nel mondo delle telecomunicazioni e della telefonia, ma attiva anche in altri settori, ha visto rallentare la crescita rispetto al passato. Il bilancio 2025, pubblicato pochi giorni fa dopo la revisione, parla di un fatturato da 880,9 miliardi di yuan (pari a 110 miliardi di euro), in leggero aumento rispetto agli 862 miliardi del 2024; i profitti netti si attestano sui 68,036 milioni di yuan (pari a 8,5 milioni di euro): nel 2024 erano 62,574.Insomma, i conti sono a posto: ma niente di più. Il problema, in prospettiva, c’è. La grandissima parte del fatturato di Huawei viene dalla Cina (616 milioni di yuan), mentre il mercato Emea (Europa più Medio Oriente) conta per 161 milioni. Poca roba tutto il resto del mondo, Americhe comprese. Che il rapporto con i governi sia centrale per Huawei lo dice la porzione di fatturato che fa capo alle infrastrutture Ict: hanno contato per 375 milioni di yuan nel 2025, contro i 344 del segmento consumer (i cellulari, per intenderci). Quasi metà del totale.“Ci stiamo muovendo verso un futuro che è pieno di incertezze”, scrive Meng Wanzhou, presidente di turno, commentando il bilancio, “per cui dobbiamo rimanere fedeli alla nostra strategia e mantenere focus strategico”. Molto cinese: difficile leggere qualcosa del genere nel bilancio di una azienda occidentale, ancorata ad azionisti e trimestrali, e concentrata sul valore a breve termine. Pechino si sente (a buon diritto) depositaria di una cultura millenaria, e il regime autocratico è abituato a programmare con decenni di anticipo. Una cultura che passa anche alle aziende, peraltro consapevoli di poter contare su una mano da parte dell'esecutivo in caso di bisogno.“L’ambiente globale sta cambiando rapidamente, e la trasformazione intelligente continua a guadagnare profondità, presentando opportunità e sfide”, ha aggiunto Liang Hua, presidente del consiglio di amministrazione di Huawei. “Come sempre, manterremo focus strategico e continueremo ad affilare il nostro lato competitivo mentre afferriamo le nuove opportunità presentate dagli sviluppi digitali, intelligenti e low carbon”. La speranza, paradossalmente, viene da Trump: il presidente che più di un imprenditore europeo oggi definisce “il miglior acquisto di ogni reparto marketing IT continentale”.
Dentro il dilemma Huawei, quale futuro per il gigante cinese nell’Europa della sicurezza e della diffidenza
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